Mercoledì, 27 Settembre 2006
Autore: Massimo Gargioni
Fonte: Offgallery
Incontro con Furio Giovannacci
Massimo Gargioni incontra l'artista Furio Giovannacci nel suo studio di Genova...

Tipico della nostra cultura di occidentali è il prevalere di una concezione lineare e irreversibile del tempo che viviamo oltre che della storia. Incontrando Furio Giovannacci si ha invece l’impressione di un artista che ha imparato a sfruttare con serena sofferenza la discontinuità del suo tempo.
Un giorno si immerge in una produttività sensibile alle richieste di un pubblico raffinato. Come in occasione della mostra dedicata alla calligrafia cinese in scena a Palazzo Ducale, per la quale ha realizzato su richiesta alcune perfette riproduzioni di tegole del 200d.C.
Un altro giorno si lascia invadere da una creatività irriverente entro la quale le forme prendono vita da sole. Qui le opere di Giovannacci sembrano aver imprigionato un potente fenomeno atmosferico, alcune illuminano l’ambiente con i propri colori, altre contengono un dinamismo che porta scompiglio nell’ambiente e silenziosamente lo rivoluziona.
Ognuna di queste identità possiede un suo tempo nella vita dell’artista. Ciascuna confluisce in una trama narrativa che crede nell’arte, la produce, la compra, la vive, soffre quando se ne separa.
Della produzione di Giovannacci colpisce soprattutto l’invenzione di forme originali: coni di luce, forme a goccia che ricordano piccoli atolli nel pacifico, forme angolari ed altre che si avvolgono su loro stesse come prese in un vortice.
Nella continua ricerca del proprio limite e nel continuo ridefinirsi del proprio orizzonte artistico, Giovannacci alcune volte aggiunge elementi, spesso procede per sottrazione. In questo ultimo caso le sue popere trasmettono un’immagine pulita, vagamente zen, la cui purezza è sottolineata dalla scelta del bianco e dal nero.
La padronanza nell’uso del tornio e nella cottura rakù, eredità di sapere millenari, si combina con una sensibilità attualissima e talvolta lungimirante. Un innovativo uso dello smalto, della cristallina e del cloruro di cobalto consente alle ceramiche di catturare la luce e di mutare i propri colori. Come nelle tavole disegnate da Moebius, nell’opera di Giovannacci passato e presente convivono e si combinano in un una tecnica poliedrica.
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